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Storia del Daino Bianco di Irene Bracci

Nascita del Daino Bianco

Per capire la storia del Daino Bianco occorre leggere la narrazione  “Inno a Vallombrosa” che ho scritto nella seconda parte di questo articolo.
E’ una romantica, ottocentesca descrizione di Vallombrosa Saltino, che ho fatta mia perché nutro per questi luoghi un legame profondo e appassionato.

Ci ho vissuto da sempre. I miei nonni, mia madre, i miei zii, avevano fatto l'esperienza di quella dimensione - per me magica - descritta sotto. I racconti della vita nella storica Abbazia, di quando mia madre con i suoi fratelli, negli interminabili lunghi mesi invernali, correva scivolando, nei lunghi corridoi, affacciandosi dai bellissimi finestroni del Gherardo Silvani. Poi il trasferimento nell'attiguo nucleo Forestale.
Tutto questo ha segnato la mia esistenza. Abitare questa montagna, con i suoi sacrifici e le sue rinunce alla modernità, non mi ha allontanato, anzi il desiderio di viverci tutto l’anno è sempre vivo.
La mia storia è anche quella di Marco, mio padre, innamoratosi nel 1965 di mia madre Maria Teresa e... naturalmente di Vallombrosa.
Mio padre, fiorentino di antica famiglia fiorentina, mi ha fatto vivere una vita fiorentina. Nato in Santa Croce, davanti al Teatro della Pergola, dove suo nonno cantava. La musica,  dunque, h

a fatto parte della sua vita e quindi della mia. E’ stato interprete della musica leggera dalla fine degli anni 50 ai giorni nostri, ha trascorso la storicità del momento, nel 1965 fondò la rock band fiorentina più famosa del tempo: "I Califfi", la musica dagli anni 60 agli anni 80, emozioni che hanno fatto palpitare tutto il mondo!
Mio  padre è stato un pioniere dei computers, iniziò all'università, quando questi erano grandi, ingombranti occupando stanze intere, funzionavano a schede di cartoncino perforato, percorrendo poi tutta l'evoluzione dell'informatica fino ai giorni nostri, concludendo la carriera come direttore dei sistemi Rcs Corriere della Sera.
Insieme abbiamo anche questa passione, che per lui è stato un lavoro che ha amato.
Con Michele abbiamo due splendidi figli:
Gregorio di 3 anni e mezzo e Brando 1 anno e mezzo.
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Volevo trasmettere a loro le sensazioni e i valori di Saltino e Vallombrosa, quindi, quando si è presentata l’occasione di rilevare un attività a Saltino, non ci ho pensato un attimo.
A marzo del 2010, la decisione, in pochi mesi, con i miei familiari e tanti valenti artigiani locali, che mi hanno aiutato, è nato il DAINO BIANCO.
E' importante - per "sapere chi siamo sap
endo da dove veniamo" - ricordare la propria storia, guardarsi dentro e trovarvi le ragioni che mi hanno spinto verso la decisione di iniziare un’attività, in un luogo che amo, anche se la precarietà economica causa la stagione brevissima mi danno a volte un pò di ansia.
Mi sono messa alla ricerca di prodotti artigianali, possibilmente italiani, per offrire ai frequentatori estivi tante merci; dal carbone al cashmere, al tessuto del Casentino, alle biancherie cucite dalle artigiane del Valdarno. Canovacci e tovaglie di orditi antichi, trame rinascimentali, righe, dame, uva robbiana, paesaggi toscani. Saponi fatti ancora oggi come un tempo, colati in stampi di bronzo avvolti in veline e scatole preziose. Tutto all'insegna del mantenimento e dell'offerta della tradizione, di quel qualcosa che ci porta alle cose belle del passato, i cui valori ci aiuta a non dimenticare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Inno a Vallombrosa 
Il nome di "Vallombrosa" suscita immediatamente l’immagine d’una valle piena d’ombre, "nera d’abeti folti, fresca d’acque correnti; carica di neve durante l’inverno, piena di fragole in primavera, rombante d’api in estate, rosseggiante di faggi d’autunno".
Il verso del cuculo vi si profonde misteriosamente, il canto dell’usignolo tien desto la notte, e la ghiandaia strepitosa percuote l’"alto silenzio delle pendici stupefatte".
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Veduta dall'Eremo delle Celle pittura del 1700 (Louis Gauffier)

Torrente Vicano a S. Torello pittura del 1700 (Louis Gauffier)

Abbazia vista da sotto il "pratone" pittura del 1700 (Louis Gauffier)

Vallombrosa; valle di pace, di raccoglimento, di estasi. Tra i rami dei suoi faggi si annidarono eremiti nodosi come radiche ed estatici come angioli; sotto i palchi solenni di giganteschi abeti nacquero, simili a funghi, le capanne dei cenobiti dalle bianche barbe e dagli occhi infantili.
Lungo le strade cavalcarono i cavalieri erranti in cerca di pace; i pellegrini arrancarono sulle foglie, in cerca di riposo; infine i poeti salirono l’erta in cerca di canti.
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Vallombrosa; foresta solenne, "silvano peristilio di un immenso monastero che confina col cielo", anzi che sconfina nel cielo; "sterminata cattedrale, con l’organo suonato dalla tramontana e il turibolo scosso dalla brezza".
Si potrebbe continuare – avendo la capacità – esaltando quello che gli antichi scrittori chiamavano l’amenità del luogo e i moderni "bellezza turistica" di Vallombrosa, ma sarà bene fermarsi a tempo, per dire come la foresta divenne famosa, non per lo spirito di quiete del suo primo abitatore, ma al contrario, per il carattere combattivo di San Giovanni Gualberto.
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Vallombrosa fu l'altezza dalla quale questo fiorentino cacciato dalla città (pare impossibile che tutti i fiorentini più grandi siano sempre stati costretti a uscire dalle mura di Firenze!) vigilò, affinché la sua patria terrena non tradisse il proprio eterno destino.
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Vallombrosa, nei secoli di mezzo, fu l’Acropoli religiosa di Firenze, dove si ritirarono gli strenui difensori della fede, capitanati dal nobile, impetuoso e inarrendevole Giovanni Gualberto. Lassù, tra i faggi e gli abeti, si rifugiò il convertito dalla pietà di Cristo, ma non per fuggire il mondo e per uscire dalla battaglia.
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Lassù raccolse le sue forze, meditò la sua azione, e quando fu il momento, scese nella sua Firenze col fuoco della purificazione e la spada della contraddizione.
Vallombrosa, con tutte le sue delizie idilliache, con tutte le sue seduzioni boschive, non allevò un manipolo d’inetti, ma un gruppo di valorosi, i quali ebbero, non solo nel campo religioso, ma anche in quello civile, tale importanza da doversi considerare i fautori più energici della storia fiorentina.
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Con San Giovanni Gualberto sorse dunque Vallombrosa; il cenobio la congregazione monastica, la tradizione forestale.
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Il germe gettato dal fondatore, cadde su un terreno fertile, anche perché egli provvide a rendere duratura la sua opera di selvicoltore, a tramandarla e a farla praticare dai suoi seguaci che, nei secoli successivi, si sarebbero avvicendati, in molte regioni e territori.
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Il più eminente amministratore vallombrosano della foresta fu indubbiamente l’Abate Don Luigi Antonio Fornaini (1756-1838) che, oltre ad essere un valente cultore dei boschi, scrisse un ampio trattato dal titolo “Saggio sopra l’utilità di ben conservare e preservare le foreste”.
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Grazie all’opera dei monaci vallombrosani possiamo vedere oggi la chiostra solenne di quelle abetine: monumento di studio e di lavoro.
Fortuna volle che questo monumento rimanesse ai posteri, pur avendo corso il grave pericolo di essere alienato, il che avrebbe significato la sua depauperazione e conseguente distruzione.

 
Con la legge 7 luglio 1866, la foresta di Vallombrosa e le sue pertinenze furono incamerate dallo Stato Italiano e passate sotto l’amministrazione della Direzione del Demanio, dopo i vari provvedimenti legislativi con R.D. 4 aprile 1869, n. 4993, viene approvato il regolamento per l’impianto di un Istituto Forestale in Vallombrosa, inaugurato il 15 agosto 1869.
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L’Abbazia ospitò quindi: allievi forestali, insegnanti, docenti; e quindi uffici, scuole, servizi e un susseguirsi di famiglie che vi presero alloggio in via continuativa.
 
Nasce la località del Saltino
 
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A fine ottocento, illuminati e colti viaggiatori, scelsero questo luogo che trovarono così com’è: meraviglioso. E ottimamente deputato ad una dimensione di riposo, vacanza e soggiorno estivo.
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Il Conte Pio Resse fece costruire dall’architetto Corinto Corinzi il Castello di Acquabella.
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Ma è grazie al Conte Giuseppe Telfener, il quale realizzò nel 1892 l'impresa del noto trenino a cremagliera, che Saltino visse fino ai primi anni del novecento, un eccezionale momento di espansione e di successo internazionale.
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Fino alla fine degli anni 70 del novecento, le estati hanno visto moltissimi villeggianti e frequentatori.
Irene Bracci
 
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